Il Viaggio dell'Eroina: la trasformazione che non passa dalla conquista

Davil Di Claudio · 8 min di lettura

Una persona arriva e mi dice, quasi scusandosi: "Ho fatto tutto quello che dovevo fare. Ho il lavoro che volevo, la casa, la famiglia in ordine. E non sento niente."

Non è depressione, non è ingratitudine, non è la crisi di chi ha fallito. È il contrario: è la crisi di chi ha vinto. E nella mappa più famosa della trasformazione — quella del viaggio dell'eroe — questo punto non ha una casella comoda dove stare, perché quella mappa finisce con la vittoria, e qui la vittoria è già avvenuta senza aver risolto niente.

Per questo, dopo anni passati ad ascoltare storie che non entravano nello schema, ho preso l'abitudine di raccontare anche un secondo percorso. Lo chiamo il viaggio dell'eroina, e la prima cosa da dire è che non riguarda soltanto le donne.

Due movimenti diversi, non due sessi

La mappa classica descrive un movimento verso l'esterno: parti, affronti, conquisti, torni. Funziona benissimo per una fetta enorme di esperienze umane, e non c'è niente da correggere.

Ma esiste un altro movimento, che va nella direzione opposta: parti, ti costruisci, ottieni — e poi devi scendere a riprendere ciò che avevi lasciato fuori per ottenere. Il primo si chiude con una conquista. Il secondo si chiude con un ricongiungimento.

Storicamente il secondo è stato vissuto più spesso dalle donne, per ragioni che hanno a che fare con quello a cui è stato chiesto loro di rinunciare per essere prese sul serio. Ma lo incontro con la stessa frequenza in uomini che si sono costruiti amputandosi qualcosa: la tenerezza, il bisogno di aiuto, il diritto di fermarsi. Non è una questione di genere, è una questione di prezzo pagato.

La partenza: separarsi da ciò che si è ricevuto

Il viaggio dell'eroina non comincia con una chiamata all'avventura entusiasmante. Comincia con un rifiuto: rifiuto di un modello, di un destino già scritto, di come si fa in famiglia.

"Non voglio diventare come mia madre." "Nella mia famiglia le donne si sono sempre sacrificate, io no." "In casa mia si stava zitti e si tirava avanti: io ho fatto l'opposto."

È una separazione necessaria e spesso dolorosa, e ha un costo che nessuno segnala sul momento: insieme al modello, si butta via anche tutto ciò che ci stava attaccato. Chi rifiuta il sacrificio, spesso rifiuta anche la capacità di prendersi cura. Chi rifiuta la remissività, rifiuta anche la morbidezza. È il modo in cui le separazioni funzionano da giovani: all'ingrosso.

La costruzione: diventare capaci

Segue la parte luminosa, quella che si racconta volentieri. Ci si costruisce una identità che funziona: competenza, autonomia, controllo, risultati. Si impara a non chiedere niente a nessuno, e questo viene chiamato forza.

In questa fase le prove e gli alleati del racconto classico ci sono tutti, e il percorso sembra identico. La differenza non si vede ancora, perché è nascosta nel materiale con cui si sta costruendo: ogni mattone è una rinuncia a una parte di sé considerata inutile o pericolosa. Il riposo. Il bisogno degli altri. Il desiderio che non produce niente. Il corpo, quasi sempre il corpo.

Il successo che non riempie

Poi si arriva. Il risultato è reale, non è un'illusione: il traguardo c'è, ed è quello giusto.

Ed è lì che arriva la frase con cui abbiamo aperto. Nessuna gioia proporzionata. Una fatica che non se ne va con le vacanze. Il sospetto, tenuto ben nascosto perché sembra offensivo verso chi ti vuole bene, che tutto questo non fosse esattamente tuo. Ne ho parlato altrove come del vuoto dopo il traguardo: qui aggiungo il perché specifico. Non manca niente al risultato. Manca chi doveva goderselo — la parte di te che avevi lasciato al chilometro zero.

La discesa, al posto della prova suprema

Nel racconto classico, a questo punto arriva la prova suprema: un nemico, un rischio, qualcosa da affrontare e vincere.

Qui invece non c'è niente da vincere, e questo disorienta profondamente chi ha risolto tutta la vita con la determinazione. Il passaggio decisivo è una discesa: un periodo in cui l'identità costruita smette di funzionare e non se ne è ancora formata un'altra. Si perde interesse per ciò che si è costruito, ci si sente scoperti, spesso si sta male senza una causa dichiarabile.

È il tratto in cui più persone si spaventano e provano a risalire subito, aggiungendo obiettivi. Non funziona: aggiungere è esattamente ciò che ha prodotto il problema. Va detta una cosa con chiarezza, però: se questa fase porta con sé sintomi che ti preoccupano — insonnia che dura, disperazione, incapacità di funzionare — non è materiale da crescita personale e va portata a un professionista sanitario. La discesa di cui parlo qui è un passaggio di trasformazione, non una diagnosi.

Il ricongiungimento

La risalita non consiste nel diventare più forti. Consiste nel tornare a prendere ciò che era stato lasciato all'inizio — ma stavolta scegliendolo, non subendolo.

Chi aveva buttato via la cura insieme al sacrificio, riscopre di poter accudire senza annullarsi. Chi aveva buttato via la morbidezza insieme alla remissività, riscopre di poter cedere senza sparire. Chi si era vietato di chiedere aiuto, chiede. Ed è un movimento delicatissimo, perché somiglia in modo inquietante a un ritorno indietro. Non lo è: la differenza tra subire una cosa e sceglierla è tutta la differenza che esiste.

Spesso, in questo tratto, si fa pace anche con la figura da cui ci si era separati partendo — un genitore, una tradizione, un'origine. Non per darle ragione. Per smettere di spendere energia a non somigliarle. È parente stretto del lavoro sull'Ombra ereditata, e produce lo stesso tipo di sollievo.

Come riconoscere a che punto sei

Tre domande, da fare con onestà e senza fretta.

  1. Cosa hai giurato di non diventare mai? Lì sta la tua partenza. E lì, quasi sempre, sta anche qualcosa di buono che hai buttato insieme al resto.
  2. Cosa hai smesso di fare per riuscire? Elenca le cose concrete: dormire, cantare, chiamare gli amici, stare fermo senza produrre nulla. Quello è l'elenco di ciò che ti aspetta al ritorno.
  3. Se domani nessuno misurasse i tuoi risultati, cosa faresti della giornata? La risposta che arriva per prima, prima delle giustificazioni, indica la direzione.

Il ritorno somiglia molto a quello che nella mappa classica è il ritorno con l'elisir, con una differenza: qui non riporti un tesoro conquistato fuori. Riporti una parte di te che era rimasta a casa mentre andavi a vincere.

Non tutti i viaggi finiscono su una vetta. Alcuni finiscono nel punto esatto da cui erano partiti, con la differenza che stavolta ci sei tutto.

Se ti sei riconosciuto — hai ottenuto quello che volevi e non ti basta, e sospetti di aver lasciato qualcosa per strada — è un lavoro che si può fare, ed è più preciso di quanto sembri. Scrivimi e vediamo a che punto del viaggio sei.

Domande frequenti

Cos'è il viaggio dell'eroina?

È il nome che do a un percorso di trasformazione che non si chiude con una conquista ma con un ricongiungimento. Si parte separandosi da ciò che si è ricevuto, si costruisce una identità efficace, si arriva a un successo reale — e lì si scopre che manca qualcosa. La seconda metà del percorso consiste nel tornare a prendere ciò che si era lasciato fuori per riuscire. Non è un viaggio riservato alle donne: è un movimento diverso, che riguarda chiunque si sia costruito rinunciando a una parte di sé.

In cosa si distingue dal viaggio dell'eroe classico?

Nel punto di arrivo. La mappa classica culmina in una prova affrontata e vinta: si conquista qualcosa fuori e si torna cambiati. Qui il momento decisivo non è una vittoria ma una discesa: la conquista è già avvenuta e si rivela insufficiente. Il compito non è aggiungere forza, è recuperare ciò che quella forza aveva escluso — la lentezza, il corpo, il bisogno degli altri, il desiderio non produttivo.

Come capisco se sono in questa fase?

Dal tipo di vuoto. Non è il vuoto di chi non ha ottenuto niente: è quello di chi ha ottenuto ciò che voleva e non sente quello che si aspettava di sentire. Spesso si accompagna a stanchezza inspiegabile, fastidio verso il proprio ruolo e nostalgia di qualcosa che non sai nominare. Se dura da mesi ed è accompagnato da sintomi che ti preoccupano, parlane con un professionista sanitario: qui parliamo di crescita, non di cura.

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Questo contenuto ha finalità divulgative e di crescita personale. Non costituisce diagnosi né terapia e non sostituisce il rapporto con un medico o uno psicoterapeuta. Se stai attraversando una sofferenza intensa, rivolgiti a un professionista della salute mentale.