Come scrivere il tuo Viaggio dell'Eroe: 12 domande per mapparlo

Davil Di Claudio · 8 min di lettura

Chi conosce la mappa del Viaggio dell'Eroe di solito la conosce come teoria. Sa che c'è una chiamata, una soglia, una prova, un ritorno. Riconosce lo schema nei film, lo trova elegante, e finisce lì.

Poi succede una cosa curiosa. Quando chiedo a qualcuno di prendere la propria storia — non un mito, non un film: la sua — e metterla dentro le dodici caselle, nel giro di venti minuti cambia faccia. Perché la mappa smette di essere un racconto e diventa uno strumento diagnostico. Le caselle che si riempiono da sole dicono da dove vieni. Le caselle che restano vuote dicono, con precisione imbarazzante, dove sei bloccato adesso.

Questo è l'esercizio che uso, e che puoi fare da solo con un quaderno e un'ora di tempo.

Prima di cominciare: scegli un solo viaggio

L'errore numero uno è provare a mettere nella mappa tutta la vita. Non funziona: viene fuori un riassunto senza tensione, in cui ogni tappa contiene tre episodi diversi.

Scegli un solo arco, con un inizio e una fine riconoscibili. Può essere concluso — la fine di una relazione lunga, un trasferimento, gli anni di un'attività che poi hai chiuso — oppure in corso, ed è il caso più interessante, perché la mappa ti dirà a che punto sei.

E abbassa l'asticella su cosa merita di essere chiamato viaggio. Non serve un'impresa. Serve una soglia che avevi paura di attraversare: dire una verità, lasciare qualcosa di sicuro, chiedere aiuto, ricominciare. Il monomito non premia la grandezza del gesto, premia il fatto che ti sia costato.

Le 12 domande

Una domanda per tappa. Rispondi con due o tre frasi, non di più, e scrivile a mano se puoi: la lentezza della mano ti impedisce di raccontarti la versione già pronta.

  1. Il mondo ordinario. Com'era la tua vita appena prima che cominciasse tutto, e soprattutto: cosa in quella vita ti stava già stretto ma facevi finta di niente?
  1. La chiamata. Qual è stato il primo segnale che qualcosa doveva cambiare? Cerca il momento esatto — spesso è una frase sentita per caso, un dato in un referto, un fastidio arrivato una mattina qualunque. Se non lo trovi, il capitolo sulla chiamata all'avventura può aiutarti a riconoscerne la forma.
  1. Il rifiuto. Quanto tempo hai rimandato, e con quale scusa? Scrivi la scusa nelle parole precise che usavi allora. È la frase che riemergerà tale e quale al prossimo bivio, e riconoscerla vale metà dell'esercizio.
  1. Il mentore. Chi o cosa ti ha dato ciò che ti serviva per partire? Può essere una persona, ma anche un libro, un gruppo, una frase detta al momento giusto. Domanda scomoda a seguire: gliel'hai mai detto?
  1. La prima soglia. Qual è stato il primo atto concreto e irreversibile? Non l'intenzione, non il proposito di gennaio: l'atto. La firma, la valigia, la telefonata fatta.
  1. Prove, alleati e nemici. Chi ti ha aiutato davvero, chi ti ha ostacolato, e quale prova ti ha insegnato di più? Attenzione a una cosa che vedo spesso: gli alleati veri quasi mai sono quelli che immaginavi prima di partire.
  1. L'avvicinamento. Cosa hai fatto nel periodo immediatamente precedente alla parte più difficile? È la fase in cui ci si prepara — o in cui ci si distrae con mille cose secondarie per non arrivare al punto.
  1. La prova suprema. Qual è stato il momento peggiore, quello in cui hai pensato di aver sbagliato tutto? Scrivilo con una scena concreta: dove eri, che ora era, cosa hai pensato.
  1. La ricompensa. Cosa hai ottenuto uscendo da lì? Guarda oltre il risultato visibile: la ricompensa più solida è quasi sempre una capacità nuova, non un oggetto.
  1. La strada del ritorno. Quando hai cominciato a tornare verso la vita normale, cosa ha rischiato di farti perdere quello che avevi appena conquistato? È la tappa che quasi tutti raccontano male, e non a caso: è quella in cui si scivola indietro senza accorgersene.
  1. La resurrezione. C'è stata un'ultima prova, più piccola ma decisiva, in cui hai dovuto dimostrare — soprattutto a te — di essere davvero cambiato? Spesso è una situazione identica a una vecchia, in cui però ti sei comportato in modo nuovo.
  1. Il ritorno con l'elisir. Cosa hai portato indietro che oggi è utile ad altri, e non solo a te? Se non riesci a rispondere, il ritorno con l'elisir è esattamente il lavoro che ti resta da fare.

Cosa guardare quando hai finito

Il valore dell'esercizio non sta nelle risposte. Sta in quello che si vede rileggendole tutte insieme, dieci minuti dopo.

Le caselle vuote. Sono la diagnosi. Una chiamata che non riesci a datare significa che stai vivendo un cambiamento senza sapere perché è cominciato — e chi non lo sa, al primo ostacolo torna indietro. Un mentore assente indica che stai attraversando da solo qualcosa che di solito non si attraversa da soli. Un ritorno vuoto dice che la trasformazione è rimasta dentro, e finché non entra nella vita quotidiana non ha ancora cambiato niente.

Il punto in cui ti sei fermato. Se il viaggio è in corso, la prima casella che non riesci a riempire è dove sei adesso. È un dato prezioso, perché ogni tappa ha ostacoli suoi: chi è fermo prima della soglia ha un problema di decisione, chi è fermo nell'avvicinamento ha un problema di preparazione, chi è fermo nel ritorno ha un problema di integrazione. Tre problemi diversi che dall'interno sembrano tutti "non ce la faccio".

La scusa del punto 3. Rileggila. Nella maggior parte dei casi è la stessa frase che stai usando in questo momento per rimandare qualcos'altro. Le nostre resistenze hanno pochissima fantasia, e quella frase è il ritratto del tuo guardiano della soglia personale.

Chi eri al punto 1 e chi sei al punto 12. Metti le due risposte una accanto all'altra. La distanza tra quelle due righe è l'unica misura seria di quanto sei cambiato — molto più affidabile della sensazione che hai di te oggi, che dipende dall'umore della settimana.

La tua storia non cambia quando ti succede qualcosa di nuovo. Cambia quando trovi il coraggio di raccontarla per intero, comprese le parti in cui hai avuto paura.

Perché scriverla cambia qualcosa

Potrebbe sembrare un esercizio letterario. Non lo è, e la ragione è semplice: la storia che ti racconti sul tuo passato decide cosa ti senti autorizzato a fare adesso.

Quasi tutti, raccontandosi, tengono un solo filo: gli errori, la fortuna, le colpe di altri. La mappa costringe a tenerne dodici, e con dodici fili la storia non regge più le versioni comode. La casella "prova suprema" ti obbliga ad ammettere che qualcosa di duro l'hai attraversato davvero. La casella "mentore" ti obbliga a riconoscere che qualcuno c'è stato. La casella "prima soglia" ti mette davanti la prova che in passato hai già fatto un atto irreversibile e sei sopravvissuto — che è esattamente l'informazione che ti serve la prossima volta che dovrai farne uno.

Se vuoi verificare che stai riempiendo le caselle giuste, la sequenza completa è descritta nelle 12 tappe del Viaggio dell'Eroe: tienila accanto mentre scrivi, ma solo come riferimento. La mappa serve a leggere la tua storia, non a farcela entrare a forza.

Fallo con calma, una volta sola, e poi mettilo via. Riprendilo tra sei mesi: quello che avrai scritto nel frattempo, nelle caselle rimaste vuote, ti dirà se ti sei mosso.

Se dalle caselle vuote esce fuori un punto in cui sei fermo da troppo tempo — e succede spesso, di solito è la soglia o il ritorno — è precisamente il tipo di lavoro che si fa bene in due. Puoi scrivermi.

Domande frequenti

Devo aver già fatto qualcosa di eccezionale per scrivere il mio Viaggio dell'Eroe?

No, ed è il malinteso che blocca quasi tutti. L'eroe del monomito non è chi compie imprese memorabili: è chi attraversa una soglia che aveva paura di attraversare. Un cambio di lavoro, la fine di una storia, una malattia affrontata, una verità detta a qualcuno che contava: sono materiale da viaggio esattamente come le imprese dei miti.

Quanto deve essere lungo l'esercizio?

Poche righe per tappa bastano. Anzi, la brevità aiuta: se ti dai due o tre frasi per rispondere, sei costretto a scegliere il fatto essenziale invece di raccontare tutto. Le pagine lunghe tendono a diventare giustificazioni, e le giustificazioni sono proprio ciò che l'esercizio dovrebbe far emergere, non ripetere.

Cosa succede se non riesco a rispondere ad alcune domande?

È l'informazione più utile di tutte. Le tappe che restano vuote indicano quasi sempre dove il viaggio si è fermato o dove hai saltato un passaggio. Un ritorno che non riesci a raccontare, per esempio, dice che la trasformazione non è ancora stata portata nella vita di tutti i giorni: quella casella vuota è il tuo prossimo lavoro.

Approfondisci la materia21 Day Challengeil tuo viaggio dell’eroe in 21 giorni: un contenuto al giorno con testo, audio e pratica.Entra →

Questo contenuto ha finalità divulgative e di crescita personale. Non costituisce diagnosi né terapia e non sostituisce il rapporto con un medico o uno psicoterapeuta. Se stai attraversando una sofferenza intensa, rivolgiti a un professionista della salute mentale.