Il monomito: perché tutte le storie del mondo raccontano lo stesso viaggio

Davil Di Claudio · 8 min di lettura

Prendi tre storie che non hanno niente in comune. Un mito greco, un racconto tramandato in un villaggio dell'Africa occidentale, una leggenda giapponese. Popoli distanti, lingue senza parentela, epoche diverse, nessun contatto possibile fra loro. Poi guarda cosa succede dentro quelle storie: qualcuno lascia il posto in cui è nato, attraversa una prova che lo spezza, e torna portando qualcosa che prima non aveva.

Sempre. Con costumi diversi, mostri diversi, dèi diversi, ma con quella sequenza lì.

Il nome che è stato dato a questa somiglianza è monomito: l'idea che sotto le migliaia di racconti che l'umanità si è tramandata ci sia una struttura unica, sempre la stessa. È da questa osservazione che nasce la mappa di cui parlo in il Viaggio dell'Eroe. E il motivo per cui te ne scrivo non è letterario: è che quella struttura descrive anche il punto in cui ti trovi adesso.

Che cosa significa esattamente

C'è un equivoco da togliere subito. Monomito non vuol dire che esiste un mito originale da cui tutti gli altri discendono, come una lingua madre da cui derivano le figlie. Non è una questione di trasmissione.

Vuol dire un'altra cosa, più interessante: che racconti nati indipendentemente convergono sulla stessa forma perché non stanno parlando del mondo esterno. Stanno parlando di un'esperienza interna che è identica sotto ogni cielo — separarsi, attraversare, tornare. La foresta, il deserto, il mare e il drago sono il costume locale. La sequenza sotto il costume è umana e basta.

Chi ha dato un nome a tutto questo, Joseph Campbell, ha fatto essenzialmente un lavoro di confronto: mettere accanto racconti di provenienze lontanissime e notare che si comportavano allo stesso modo. Quello che è arrivato dopo — le dodici tappe, l'uso nel cinema, l'applicazione alla crescita personale — è nato da lì. Trovi la sequenza completa in le 12 tappe del viaggio dell'eroe.

Le tre parti che si ripetono ovunque

Sfronda tutti i dettagli e restano tre movimenti. Vale la pena guardarli così, spogli.

La separazione. Qualcosa strappa il protagonista dal suo mondo: un lutto, un ordine, una fame, un errore, un invito. In quasi tutte le versioni la partenza non è una scelta serena — è una pressione a cui a un certo punto non si può più resistere. Non a caso il momento in cui si dice di no compare in quasi ogni racconto, prima del sì.

L'iniziazione. È la parte centrale e la più lunga: le prove, gli aiuti inattesi, il tradimento, la discesa nel punto più buio. Qui il protagonista perde qualcosa che considerava essenziale — la forza, la compagnia, la fiducia, a volte l'identità con cui era partito. E qui il monomito è impietosamente coerente: nessuna versione permette di saltare questa parte. Non esiste una storia in cui l'eroe arriva alla trasformazione trovando la strada libera.

Il ritorno. Il protagonista torna, e scopre che tornare è la parte difficile. Il posto è lo stesso, lui no. Deve trovare un modo di stare in un mondo che nel frattempo non è cambiato, portando qualcosa che agli altri non serve ancora.

Perché questo ti riguarda

La domanda legittima è: bello, ma io non ho draghi.

Ne hai, con altri nomi. Ogni cambiamento vero che hai attraversato ha avuto questa forma. La fine di una relazione lunga: separazione, mesi bui, un ritorno alla vita con una lucidità che prima non avevi. Il cambio di lavoro rimandato per anni: la chiamata ignorata, il salto, il periodo in cui non capivi più chi eri professionalmente, poi un assetto nuovo. La malattia di un genitore, la nascita di un figlio, il trasloco in un'altra città.

Tutte con la stessa struttura, compressa in mesi invece che in ere mitiche.

E qui arriva il punto pratico, l'unico che mi interessa davvero. Sapere che la parte buia è una tappa e non un errore cambia ciò che fai mentre ci sei dentro. Chi crede che il crollo sia la prova di aver sbagliato strada torna indietro proprio nel punto in cui bisognava restare. Chi sa che quel crollo compare in ogni storia umana mai raccontata resiste qualche settimana in più — e quelle settimane sono quasi sempre la differenza.

Un aggancio da maneggiare con misura

Devo però dirti anche il rovescio, perché ho visto usare questa mappa in modo dannoso.

Il monomito è una lente, non una promessa. Non garantisce che ogni sofferenza abbia un senso, non promette che dopo ogni discesa arrivi la ricompensa, e non autorizza nessuno a dirti che il tuo dolore è una tappa e quindi va bene così. Le storie hanno un narratore che sa già come va a finire. La tua vita, mentre la vivi, no.

E c'è un secondo rischio, più sottile: la versione eroica. Il racconto tende a mettere al centro uno solo, il coraggio, la conquista, il trofeo — e chi lo prende alla lettera si convince di dover attraversare tutto da solo, stringendo i denti. È il motivo per cui trovo importante affiancargli la lettura di cui parlo in il viaggio dell'eroina: una trasformazione che passa dalla relazione, dalla discesa e dal ricucire, non dalla vittoria sul mostro.

Usa la mappa per orientarti. Non usarla per giudicarti in ritardo su una tabella di marcia.

Come guardarci dentro, concretamente

Se vuoi farne qualcosa oggi, ti propongo tre passaggi semplici. Carta e venti minuti.

Scrivi il tuo ultimo cambiamento vero come se fosse una storia altrui. Terza persona, nome diverso. La distanza toglie la vergogna e fa emergere la struttura.

Trova le tre parti. Dove è cominciata la separazione, cosa hai perso nella parte centrale, cosa hai riportato indietro. Quasi sempre la sorpresa è che ciò che hai riportato non è ciò che eri partito a cercare.

Poi guarda dove sei adesso. Nel mondo che ti sta stretto, davanti a una chiamata che stai rimandando — ne scrivo in la chiamata all'avventura — o già dentro il tratto buio. Il nome della tappa non risolve niente, ma ti dice cosa serve ora: se muoverti, se resistere, oppure se hai già attraversato e ti manca solo la parte del ritorno.

Le storie del mondo si somigliano tutte perché descrivono l'unica cosa che facciamo davvero: uscire da ciò che eravamo, perderci per un tratto, e tornare con qualcosa in mano.

Se leggendo hai riconosciuto il punto in cui sei fermo, e da solo giri intorno alla stessa domanda da mesi, puoi scrivermi.

Domande frequenti

Monomito e viaggio dell'eroe sono la stessa cosa?

Quasi, ma non del tutto. Monomito è il nome dell'osservazione di partenza: sotto miti lontanissimi fra loro si intravede una sola struttura ricorrente. Il viaggio dell'eroe è il modo in cui quella struttura viene descritta tappa per tappa. Il primo è la constatazione, il secondo è la mappa che ne è nata. Nell'uso comune si sovrappongono, e non è un gran problema.

Perché popoli che non si sono mai incontrati raccontano storie così simili?

Perché non stanno descrivendo il mondo esterno, stanno descrivendo un'esperienza interna che è la stessa ovunque: staccarsi da ciò che si conosce, attraversare una prova, tornare cambiati. Cambiano il deserto, la foresta, il mare e i nomi degli dèi. Non cambia la sequenza, perché è la sequenza di ogni crescita umana.

A cosa mi serve sapere che esiste il monomito, nella vita pratica?

A non leggere la fase difficile come un'anomalia personale. Se il momento in cui tutto sembra crollare compare in ogni racconto umano che conosciamo, allora non è la prova che hai sbagliato strada: è una tappa prevista. Cambia poco della fatica, cambia moltissimo di come la interpreti — e quindi di cosa fai mentre la attraversi.

Approfondisci la materia21 Day Challengeil tuo viaggio dell’eroe in 21 giorni: un contenuto al giorno con testo, audio e pratica.Entra →

Questo contenuto ha finalità divulgative e di crescita personale. Non costituisce diagnosi né terapia e non sostituisce il rapporto con un medico o uno psicoterapeuta. Se stai attraversando una sofferenza intensa, rivolgiti a un professionista della salute mentale.