L'Io osservatore: chi guarda i tuoi pensieri?

Davil Di Claudio · 7 min di lettura

Sono le due di notte. Sei a letto, gli occhi chiusi, e la mente macina: la frase detta male in riunione, la risposta che dovevi dare, la rata, il messaggio senza risposta. Il vortice gira da mezz'ora. Poi succede una cosa piccolissima, che dura un istante: ti accorgi che stai rimuginando. Per un secondo non sei più dentro il vortice — lo stai guardando.

Quell'istante sembra niente. È invece una delle scoperte più importanti che puoi fare su te stesso: c'è qualcuno, in te, che guarda i pensieri. E se può guardarli, non può essere i pensieri — come l'occhio non è la cosa che vede.

Nella psicosintesi questo qualcuno ha un nome preciso: il centro di pura autocoscienza. Io, con le persone che accompagno, lo chiamo più semplicemente l'Io osservatore. Trovarlo non richiede anni di ritiri: richiede di capire cosa stai cercando, e di tornarci abbastanza spesso da farci l'abitudine.

Pensare e accorgersi di pensare

Fai caso alla differenza, perché è tutta qui. Pensare ti accade tutto il giorno: stime, giudizi, ricordi, previsioni, un flusso che non si spegne mai. Accorgerti di pensare, invece, ti accade di rado — ed è un evento di natura diversa. Il pensiero è un contenuto che scorre; l'accorgersi è una posizione da cui il contenuto viene visto.

È la stessa differenza che passa tra essere dentro un film ed essere in sala: finché sei dentro la scena, l'inseguimento è reale e il cuore corre; nell'attimo in cui ricordi di essere seduto in poltrona, il film continua — ma tu non sei più in ostaggio. Nessuno ti ha insegnato a dare valore a quell'attimo. Eppure è lì che comincia ogni libertà interiore: non quando smetti di pensare (non smetterai mai), ma quando ricordi che c'è qualcuno in sala.

Quando dici "sono" a ciò che stai attraversando

Il contrario dell'osservazione è l'identificazione totale: il momento in cui un pensiero, un'emozione o un ruolo smette di essere qualcosa che vivi e diventa qualcosa che sei.

Guarda come funziona nella pratica. Il pensiero "non ce la farò" attraversa la mente di chiunque; il problema nasce quando lo firmi, quando diventa "io sono uno che non ce la fa" — da quel momento non è più un evento mentale da esaminare, è un fatto compiuto che orienta ogni tua scelta. Lo stesso vale per le emozioni: finché la rabbia ti possiede, ogni parola che dici è la rabbia che parla. E vale, in modo più silenzioso, per i ruoli: il professionista che è il suo lavoro scopre chi è rimasto solo il giorno in cui il lavoro finisce.

Ogni volta che dici "sono" a qualcosa che in realtà stai attraversando, gli consegni le chiavi di casa. L'identificazione ti toglie esattamente questo: lo spazio per scegliere. Non puoi gestire ciò con cui coincidi, come non puoi vedere i tuoi occhi senza uno specchio. La pratica per riprendersi le chiavi — il passaggio da "sono ansioso" a "ho ansia" — l'ho raccontata passo dopo passo nell'articolo sulla disidentificazione; la mappa completa in cui tutto questo si inserisce è quella della Psicosintesi.

Né freddezza né fuga: cosa NON è l'osservatore

Qui devo sgomberare il campo da due equivoci, perché sono quelli che bloccano le persone più sensibili.

Il primo: l'osservatore non è distacco freddo. Non ti sto proponendo di guardare la tua vita da dietro un vetro, con il giudizio di chi non si sporca. Chi osserva davvero sente di più, non di meno: come quando smetti di annaspare in acqua e finalmente riesci a sentire la corrente, la temperatura, la direzione. La freddezza dice "non mi importa". L'osservatore dice "mi importa, e proprio per questo voglio vederci chiaro".

Il secondo: l'osservatore non è dissociazione. Dissociarsi è andarsene dalla scena — non sentire, non esserci, spegnere. È una fuga, a volte comprensibile, ma pur sempre una fuga. L'osservatore fa l'esatto contrario: resta. È presenza piena con un passo di distanza, non assenza. La formula che uso in studio è questa: la dissociazione dice "non sono qui"; la freddezza dice "non sento niente"; l'osservatore dice "sono qui, lo sento, e non ne sono travolto".

Ed è per questo che l'osservatore è il punto più stabile che hai: corpo, emozioni e pensieri cambiano di ora in ora, lui no. Da lì — solo da lì — puoi davvero scegliere, invece di reagire.

Tre micro-pratiche per tornarci ogni giorno

Non servono ore di meditazione. Servono ritorni brevi e frequenti, soprattutto nei momenti in cui l'identificazione sta scattando.

1. Nomina l'emozione

Appena senti che qualcosa ti sta prendendo, dagli un nome preciso, mentalmente o a bassa voce: "rabbia", "vergogna", "paura di deludere". Non "sto male", che è nebbia: il nome esatto. Nominare richiede di guardare, e non puoi guardare qualcosa da dentro: nell'atto stesso di trovare la parola giusta, sei già uscito di un passo.

2. La domanda: "chi se ne sta accorgendo?"

Quando noti un pensiero insistente o un'emozione forte, fai questa domanda, in silenzio: "E chi se ne sta accorgendo?" Non cercare una risposta verbale — non arriverà, ed è giusto così. Quello che arriva è uno spostamento: per un istante l'attenzione lascia il contenuto e tocca la posizione da cui il contenuto è visto. Tre secondi. Fatti dieci volte al giorno, ridisegnano il tuo rapporto con la mente.

3. Trenta secondi prima di reagire

Regola d'oro per i momenti caldi: tra lo stimolo e la tua risposta, trenta secondi di pura osservazione. Il messaggio che ti fa saltare i nervi, la critica in riunione, il "dobbiamo parlare": prima di rispondere, guarda. Cosa si muove nel corpo, quale pensiero spinge, quale parte di te vuole il microfono. Non devi calmarti — devi solo vedere. La risposta che dai dopo trenta secondi di osservazione è quasi sempre diversa da quella che avresti dato prima. Ed è quasi sempre migliore.

I pensieri sono il traffico. Tu non sei il traffico: sei chi lo guarda dall'alto — ed è solo da lassù che si vede quale strada conviene prendere.

Comincia oggi, nel primo momento di irritazione o di rimuginio che arriva: un nome, una domanda, trenta secondi. Se poi vuoi fare dell'osservatore la base stabile di un lavoro più profondo su di te, scrivimi: è il primo punto fermo che costruiamo insieme.

Domande frequenti

L'Io osservatore è la stessa cosa della mindfulness?

Sono parenti stretti, ma non coincidono. La mindfulness è una pratica di attenzione al momento presente; l'Io osservatore, nella psicosintesi, è la scoperta di un centro stabile di autocoscienza che quella pratica aiuta a rivelare. La pratica è la strada, l'osservatore è il punto da cui poi scegli come agire.

Osservare i miei pensieri non rischia di rendermi freddo o distaccato?

No, perché l'osservatore non smette di sentire: smette di essere travolto. La freddezza dice 'non mi importa', la dissociazione dice 'non sono qui'. L'osservatore dice 'sono qui, lo sento, e non ne sono posseduto'. In pratica senti le cose con più chiarezza, non con meno.

Quanto tempo serve per riuscire a osservare i pensieri invece di subirli?

L'istante di osservazione è disponibile da subito: ti è già capitato ogni volta che ti sei 'accorto' di stare rimuginando. Quello che richiede pratica è tornarci volontariamente, soprattutto sotto pressione. Con micro-pratiche quotidiane di pochi secondi, nel giro di settimane diventa un riflesso.

Questo contenuto ha finalità divulgative e di crescita personale. Non costituisce diagnosi né terapia e non sostituisce il rapporto con un medico o uno psicoterapeuta. Se stai attraversando una sofferenza intensa, rivolgiti a un professionista della salute mentale.