Disidentificazione: 'ho un'emozione, non sono l'emozione'

Davil Di Claudio · 6 min di lettura

C'è una frase che dico spesso, all'inizio di un percorso, e che quasi sempre spiazza: "Tu non sei ansioso. Hai ansia."

Sembra un gioco di parole. Non lo è. È la differenza tra essere intrappolato in qualcosa e avere qualcosa che puoi guardare, capire, e infine gestire. Questa distinzione ha un nome preciso nella psicosintesi — il modello di cui parlo in Psicosintesi: dall'io frammentato al Sé che coordina — e si chiama disidentificazione.

Il principio: ho, non sono

Prova a dire ad alta voce, una dopo l'altra, queste due frasi: "Sono la mia rabbia" e "Ho della rabbia in questo momento". Sono grammaticalmente vicine. Psicologicamente, sono due mondi diversi.

Quando sei la rabbia, non c'è nessuno spazio tra te e lei: pensi con la rabbia, agisci con la rabbia, e ogni tua parola è la rabbia che parla. Quando hai della rabbia, resta un "tu" che la osserva, che la sente, che può decidere cosa farne. La disidentificazione è esattamente questo: il passaggio dall'essere fusi con un contenuto psichico all'averlo come esperienza, mantenendo un centro che non coincide con esso.

Il principio si estende a tutto: hai un corpo, ma non sei il tuo corpo. Hai delle emozioni, ma non sei le tue emozioni. Hai dei pensieri, ma non sei i tuoi pensieri. Corpo, emozioni e pensieri cambiano continuamente — nascono, crescono, passano. Se ti identifichi completamente con ciascuno di essi, cambi identità ogni cinque minuti, in balìa dell'ultima cosa che hai sentito o pensato. Il centro che resta, quando smetti di identificarti con il contenuto del momento, è quello che nella psicosintesi chiamiamo — quello stesso centro che, nel lavoro con le subpersonalità, impara ad ascoltare tutte le parti senza diventare nessuna di esse.

Perché questa distinzione libera davvero

Non è un esercizio filosofico da salotto. Ha conseguenze molto pratiche.

Quando sei fuso con un'emozione, quell'emozione ti sembra permanente e totalizzante: se sei "la tristezza", in quel momento non riesci nemmeno a immaginare un futuro diverso, perché la tristezza sembra essere tutto ciò che esiste. Quando invece hai della tristezza, sai — anche solo a livello cognitivo, ma è già moltissimo — che è un'onda che sta attraversando un mare più grande di lei. Le onde passano. Il mare resta.

C'è poi un secondo effetto, ancora più concreto: quando osservi un'emozione invece di esserne travolto, puoi finalmente ascoltare cosa ti sta dicendo. Le emozioni sono messaggeri, non nemici. La rabbia segnala un confine violato. La paura segnala un rischio da valutare. Ma finché ne sei completamente fuso, non riesci a leggere il messaggio: sei troppo occupato a esserne sommerso. La disidentificazione non sopprime l'emozione — al contrario, la ascolta meglio, perché crea lo spazio necessario per farlo.

Ed è qui che si distingue nettamente dalla repressione. Reprimere significa dire "non provo questo", spingerlo giù, fingere che non ci sia — e infatti torna sempre, spesso ingigantito, dalla porta di servizio. Disidentificarsi significa dire "sto provando questo, lo vedo, lo accolgo, e non sono soltanto questo". È accoglienza piena, non negazione.

L'esercizio guidato, passo dopo passo

Ti propongo la versione che uso più spesso in seduta, pensata per essere fatta anche da soli, in pochi minuti, ogni volta che un'emozione o un pensiero minaccia di travolgerti.

  1. Fermati e nomina. Di' internamente, con calma: "In questo momento sto provando [rabbia / ansia / tristezza / vergogna]." Nominare l'emozione con precisione è già un primo atto di distanza: nel momento in cui la nomini, smetti di esserne semplicemente sommerso.
  1. Passa dalla fusione al possesso. Ripeti mentalmente, lentamente: "Ho questa emozione. Questa emozione non è tutto ciò che sono." Non è una formula magica: è un ri-orientamento dell'attenzione, che va ripetuto finché non senti un piccolo spostamento, anche minimo.
  1. Localizza il corpo. Chiediti: "Dove sento questa emozione nel corpo?" Petto, gola, stomaco, mascella. Portare l'attenzione lì, senza giudicare la sensazione, rinforza il ruolo di osservatore: tu senti il corpo, quindi non sei solo il corpo.
  1. Fai la stessa cosa con il pensiero disturbante. Se c'è un pensiero fisso che alimenta l'emozione — "non ce la farò", "ho sbagliato tutto" — di': "Sto avendo questo pensiero." Non "è vero" o "è falso": semplicemente, lo osservi come un evento mentale che sta accadendo, non come un fatto che ti definisce.
  1. Torna al centro. Chiuditi in un respiro e chiediti: "Chi sta osservando tutto questo?" Non serve una risposta verbale. Serve solo notare che c'è qualcuno che osserva — un centro più stabile del corpo, delle emozioni e dei pensieri che ha appena guardato. Quel centro sei tu, nella forma più autentica in cui la psicosintesi lo intende.
  1. Decidi, da lì, cosa fare. Solo a questo punto, non prima, scegli l'azione: rispondere o aspettare, parlare o tacere, agire o fermarti un altro minuto. La decisione presa da questo centro è quasi sempre diversa — più lucida, meno reattiva — da quella che avresti preso mentre eri ancora fuso con l'emozione.

Ripeti l'esercizio ogni volta che ti accorgi di essere diventato "tutto" un'emozione o un pensiero. Con la pratica, i primi tre passaggi diventano automatici e richiedono pochi secondi: è lì che la disidentificazione smette di essere una tecnica da manuale e diventa un riflesso che ti accompagna nella vita reale.

Hai un corpo, non sei il corpo. Hai un'emozione, non sei l'emozione. Hai un pensiero, non sei il pensiero. E ciò che resta, quando lo dici sul serio, sei finalmente tu.

Se vuoi portare questa pratica dentro un percorso più ampio, scrivimi qui: è uno dei primi strumenti che alleniamo insieme.

Domande frequenti

Disidentificarsi vuol dire non sentire più le emozioni?

No, è l'esatto contrario. Continui a sentirle, e le senti anche meglio, perché non sei più confuso dentro di esse. La disidentificazione crea uno spazio di osservazione, non un'anestesia: l'obiettivo non è sentire meno, ma smettere di essere travolto.

Quanto tempo ci vuole per imparare a disidentificarsi?

L'esercizio si può fare in pochi minuti fin dalla prima volta, ma diventare un riflesso naturale nei momenti difficili richiede pratica costante, non un'unica sessione. È come un muscolo: i primi risultati si sentono subito, la solidità arriva con la ripetizione.

La disidentificazione va bene anche per emozioni molto intense come rabbia o panico?

È utile proprio lì, perché più l'emozione è intensa più tende a 'diventare' tutta la tua identità nel momento in cui la vivi. In caso di sofferenza clinica intensa e ricorrente, però, questo esercizio va affiancato — non sostituito — dal lavoro con un professionista della salute mentale.

Questo contenuto ha finalità divulgative e di crescita personale. Non costituisce diagnosi né terapia e non sostituisce il rapporto con un medico o uno psicoterapeuta. Se stai attraversando una sofferenza intensa, rivolgiti a un professionista della salute mentale.