Le parole che usi ti caricano o ti scaricano

Davil Di Claudio · 8 min di lettura

"Sono distrutto." Se hai detto questa frase oggi, prova a ricordare quando l'hai detta. Molti la dicono alle tre del pomeriggio, con la giornata ancora a metà. Non è una bugia: eri stanco. Ma tra "sono un po' stanco" e "sono distrutto" c'è una distanza che il tuo corpo prende alla lettera, e alle tre del pomeriggio quella distanza si paga.

Nel lavoro che faccio ascolto le persone raccontarsi per ore, e la cosa che noto più spesso non è cosa dicono. È quante volte lo dicono, e con quali parole. Perché il linguaggio non si limita a descrivere il tuo stato: contribuisce a produrlo. E ripetuto abbastanza a lungo, smette di essere una descrizione e diventa un clima.

Le parole non descrivono soltanto: predispongono

Ogni frase che dici su di te contiene un'istruzione implicita. "Non ce la faccio" non è una previsione neutra: è un'anticipazione di resa che modifica quanto ci proverai davvero. "Devo" prepara un corpo diverso da "voglio", anche quando l'azione è identica. Chi dice "devo andare in palestra" e chi dice "vado in palestra" fanno lo stesso movimento e non spendono la stessa energia per farlo — la prima frase contiene già una resistenza da vincere.

Questo non ha niente di magico. Ha a che fare con il fatto molto ordinario che pensiamo in parole, e che le parole orientano l'attenzione. Dove va l'attenzione, va l'energia psichica. Se il tuo repertorio quotidiano è fatto di formule che descrivono fatica, minaccia e mancanza, hai il riflettore puntato tutto il giorno su quel materiale — e ti stanchi indipendentemente da quanto lavori.

Il vocabolario che consuma

Nelle sessioni sento sempre le stesse famiglie di frasi. Nessuna è drammatica presa da sola; tutte, ripetute, costano parecchio.

L'esagerazione. "Sempre", "mai", "un disastro", "un incubo". Il collega non ti ha interrotto: "mi interrompe sempre". La giornata non è andata storta: "è stata un disastro". L'esagerazione sembra innocua perché è colorita, ma il corpo non fa la tara: reagisce alla misura che gli dai.

Il dovere permanente. Giornate intere costruite su "devo". Ogni "devo" mette una piccola resistenza tra te e l'azione, e a fine giornata quelle resistenze si sommano in una stanchezza che non corrisponde a quanto hai fatto.

L'identità dal comportamento. "Sono uno che non riesce a stare costante." Non hai descritto un episodio: hai emesso una sentenza sul tuo carattere. Le sentenze non si correggono con gli sforzi, per definizione.

La lamentela ripetuta. Non lo sfogo — quello serve. La quinta replica della stessa scena, che non scarica più niente e riaccende tutto.

Il futuro come minaccia. "Sarà un mese pesante." L'hai detto il primo del mese, e per trenta giorni il tuo sistema ha lavorato con quella cornice addosso.

Se metti insieme queste cinque famiglie ottieni buona parte della stanchezza mentale che le persone si portano dietro senza spiegarsela: non arriva dai compiti, arriva dalla colonna sonora con cui li accompagnano.

L'errore di correggersi con l'ottimismo

Qui va detta una cosa netta, perché è il punto in cui quasi tutti sbagliano strada. La soluzione non è sostituire le frasi pesanti con frasi allegre.

Se sei esausto e ti ripeti "sono pieno di energia", il tuo corpo registra una contraddizione tra quello che senti e quello che dichiari, e la contraddizione stanca più della frase negativa. Le affermazioni forzate falliscono per questo, non perché manchi convinzione: perché mentono, e una parte di te lo sa.

La direzione giusta non è dal negativo al positivo. È dal vago al preciso. "Sono un disastro" non è troppo negativo: è troppo impreciso. La versione precisa suona così: "ho gestito male quella conversazione di ieri". È altrettanto scomoda, non ti consola per niente — e ha una qualità che l'altra non ha: si può fare qualcosa. La precisione riduce la superficie del problema fino a renderlo maneggiabile, e maneggiare costa meno che portare.

Quattro sostituzioni che funzionano davvero

Non servono cento regole. Ne bastano poche, applicate al vocabolario che usi davvero.

Da "devo" a "scelgo di" — oppure elimina. Prendi i tuoi dieci "devo" della giornata. Alcuni sono scelte tue e vanno chiamate così. Altri, guardati bene, non li deve nessuno: erano abitudine. Riconoscerli è già metà del recupero di energia.

Da "sono" a "sto". "Sono ansioso" descrive un'identità; "sto sentendo ansia" descrive uno stato che passa. Non è un gioco di parole gentile: è la stessa operazione di disidentificazione che permette di non confondere te con ciò che ti attraversa.

Togli gli assoluti. "Sempre" e "mai" quasi non esistono nella realtà. Sostituiscili con la frequenza vera: "tre volte questa settimana". Nove volte su dieci il problema si sgonfia da solo, perché era gonfiato dall'avverbio.

Metti un limite temporale. "Sarà un mese pesante" diventa "questa settimana sarà densa". Il periodo definito è sostenibile; l'indefinito no, e la differenza è tutta nella parola che hai scelto.

La prova che puoi fare in tre giorni

Non ti chiedo di crederci. Ti chiedo di misurarlo, perché su questo tema la misura è alla portata di tutti.

Per tre giorni tieni un foglio o una nota sul telefono e annota solo le frasi che ripeti su te stesso e sulle tue giornate. Non correggerle, non giudicarle: raccoglile. Alla fine del terzo giorno rileggi. Quasi tutti trovano la stessa cosa — non decine di frasi diverse, ma cinque o sei formule fisse che tornano in continuazione, spesso imparate da qualcuno molto prima di poterle scegliere.

Poi prendi le due che compaiono di più e scrivi accanto la versione precisa. Solo quelle due. Portale per una settimana, e nota come cambia il livello di energia con cui arrivi alle sei di sera. Non è un esperimento scientifico: è un'osservazione onesta su di te, e vale più di qualsiasi teoria tu possa leggere qui.

Non serve raccontarsi che va tutto bene. Serve smettere di raccontarsi che va tutto malissimo quando non è vero: la verità precisa costa meno di entrambe le bugie.

Se ti accorgi che il tuo vocabolario interno lavora contro di te e vuoi capire da dove arriva, è uno dei primi punti su cui intervengo nel percorso di coaching psicoenergetico. Scrivimi e ne parliamo.

Domande frequenti

Cambiare le parole non è solo un trucco di pensiero positivo?

No, se lo fai onestamente. Il pensiero positivo sostituisce una descrizione con una più gradevole ma falsa, e il corpo se ne accorge: per questo dura poco. Qui si tratta di sostituire una descrizione imprecisa con una più precisa. 'Sono un disastro' non è pessimismo: è vago. 'Ho gestito male quella conversazione' è vero, circoscritto e permette di agire. La precisione costa meno energia dell'esagerazione.

Lamentarsi ogni tanto non serve a sfogarsi?

Dire una volta come stai e trovare orecchie che ascoltano è sano e alleggerisce davvero. Il problema è la ripetizione: raccontare la stessa scena per la quinta volta non scarica più niente, riattiva. Il criterio pratico è semplice — se dopo aver parlato ti senti più leggero, era uno sfogo; se ti senti più pesante o più arrabbiato, stai riprocessando.

Da dove comincio se voglio cambiare il mio linguaggio?

Da un ascolto, non da una regola. Per tre giorni annota solo le frasi che ripeti su te stesso e sulle tue giornate, senza correggerle. Quasi tutti scoprono di avere un repertorio ristretto, cinque o sei formule che tornano di continuo. Cambiare due di quelle formule ha più effetto di qualsiasi proposito generale di 'parlare meglio'.

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Questo contenuto ha finalità divulgative e di crescita personale. Non costituisce diagnosi né terapia e non sostituisce il rapporto con un medico o uno psicoterapeuta. Se stai attraversando una sofferenza intensa, rivolgiti a un professionista della salute mentale.