L'obiettivo e la porta: capire se ciò che vuoi è davvero tuo

Davil Di Claudio · 8 min di lettura

C'è una scena che si ripete nel mio lavoro con una precisione quasi noiosa. Una persona arriva con un obiettivo dichiarato, chiarissimo, ripetuto mille volte: quel ruolo, quel fatturato, quella casa, quel titolo. Lo dice bene, con parole rodate. Poi le chiedo di stare zitta trenta secondi e di immaginarsi lì dentro, a obiettivo raggiunto, in una giornata qualunque di quella vita. E succede quasi sempre la stessa cosa: la faccia si svuota un po'. Non arriva la gioia. Arriva una specie di silenzio imbarazzato.

Non è che quella persona non sappia cosa vuole. È che sta chiamando "obiettivo" qualcosa che nel Reality Transurfing ha un altro nome: è una porta. E questa distinzione, che sembra una sottigliezza terminologica, è probabilmente la cosa più pratica di tutto l'impianto.

Due cose diverse che chiamiamo con lo stesso nome

Nel Transurfing l'obiettivo è lo stato di vita in cui ti senti finalmente a casa. Non un traguardo puntuale, ma un modo di stare al mondo: come sono le tue giornate, con chi le passi, cosa fai con le mani e con la testa, che aria si respira nelle tue stanze.

La porta è la via concreta attraverso cui ci si arriva: il mestiere, il ruolo, l'azienda da costruire, la mossa da fare, la città in cui trasferirsi.

Sono livelli diversi, e la confusione tra i due è epidemica. Quasi nessuno arriva dicendo "voglio una vita in cui la mattina è mia e il pomeriggio lavoro con poche persone che stimo". Quasi tutti arrivano dicendo "voglio diventare X". Ma X è una porta. E il guaio è che le porte si imitano facilmente: le vedi usare da qualcuno, sembrano funzionare, le adotti. Solo che una porta è utile soltanto se dà sul tuo mondo. Se dà su quello di un altro, puoi anche attraversarla in fretta e con grande talento — e ritrovarti dall'altra parte in una stanza che non è casa tua.

Da dove arrivano gli obiettivi che non sono tuoi

Non te li sei inventati. Ti sono stati passati, e quasi sempre da tre fonti.

La prima è il confronto. Un obiettivo che nasce guardando qualcun altro non è un obiettivo: è una rincorsa. Ha una firma inconfondibile — se ci pensi, non riesci a immaginare la meta senza immaginare anche qualcuno che ti guarda arrivarci.

La seconda è quella che nel Transurfing si chiama pendolo: la struttura collettiva che ti convince che ciò che vuole lei è ciò che vuoi tu, e che si nutre della tua energia mentre corri. La carriera "giusta", il traguardo che nel tuo ambiente non si discute, il modello di successo che nessuno intorno a te mette in dubbio. Ne ho scritto nel dettaglio parlando dei pendoli: il segno che ne stai servendo uno è che l'obiettivo ti carica quando ne parli in pubblico e ti sgonfia quando sei solo.

La terza è la più tenera e la più difficile da vedere: l'obiettivo ereditato. Le aspettative di tuo padre, il riscatto che tua madre non ha potuto prendersi, la dimostrazione che devi ancora a qualcuno che magari non c'è più. Sono obiettivi veri, sentiti, spesso perseguiti con enorme dedizione. Semplicemente non sono i tuoi.

Il test che uso, e perché funziona

C'è un modo semplice per capire da che parte stai. Non è un test di logica, perché la mente su questo mente benissimo: è un test di sensazione, e va fatto in due passaggi separati.

Primo passaggio: immagina il giorno dopo. Non il momento del traguardo — quello è drogato dall'immaginazione. Immagina un martedì qualunque della vita in cui l'obiettivo è già stato raggiunto da due anni. Nessuno che si congratula, nessun pubblico, nessun post. Solo la giornata. Come ti senti in quella giornata? Se torna una calma che si allarga nel petto, sei sull'obiettivo. Se torna un vuoto, o peggio una noia, stavi guardando una porta.

Secondo passaggio: togli gli spettatori. Rifallo immaginando che nessuno lo sappia mai. Nessuno lo verrà a sapere, mai. Lo vuoi ancora? Un obiettivo tuo sopravvive a questa amputazione senza perdere niente. Un obiettivo importato, senza pubblico, si spegne all'istante.

Questo test funziona perché parla la lingua di quella che nel Transurfing si chiama anima, non quella della mente. È la stessa distinzione di cui ho parlato in anima e mente: la mente sa argomentare perfettamente perché quell'obiettivo ti conviene; l'anima sa soltanto se le piace o no. E su questa domanda ha ragione lei.

Come si riconosce la porta giusta

Trovato l'obiettivo, la porta si cerca in modo diverso da come ci hanno insegnato. Non con l'analisi delle opportunità, ma con tre criteri semplici.

Ti riguarda già. La porta giusta di solito è vicina, quasi banale. È qualcosa verso cui sei già scivolato più volte, per curiosità, senza che nessuno te lo chiedesse. Le porte spettacolari e lontanissime da tutto ciò che sei quasi sempre non sono porte: sono fantasie di fuga.

Si apre senza sfondamenti. Verso una porta tua si fatica, eccome. Ma è la fatica che stanca e poi passa, non quella che logora. Se ogni singolo passo richiede più forza di quanta la cosa sembri meritare, e questo dura da mesi, non sei pigro: stai spingendo contro un muro dipinto come porta.

Non ha bisogno che tu ci creda troppo. Questo è il punto meno intuitivo. Quando una porta è giusta, non serve caricarla di fede, di visualizzazioni disperate, di ripetizioni. È l'eccesso di volontà a tradire il problema: si spinge tanto proprio dove qualcosa non torna. È il meccanismo del potenziale superfluo, e vale anche qui — l'importanza smisurata data a una porta è spesso il segnale che non è la tua.

Cambiare porta non è cambiare idea

Molte persone restano incastrate per anni perché confondere i due livelli le porta a una conclusione sbagliata: "se abbandono questa strada, sto rinunciando al mio sogno". No. Se l'obiettivo è chiaro, le porte sono intercambiabili, e cambiarne una è manutenzione ordinaria, non fallimento. Si lascia una strada e se ne prende un'altra che porta allo stesso mondo.

Il vero fallimento è l'opposto: restare fedeli a una porta per orgoglio, mentre l'obiettivo — quello vero, mai messo a fuoco — resta a marcire sullo sfondo. Ho visto persone difendere per un decennio una strada che avevano scelto a ventidue anni, in un giorno solo, quasi per caso.

Se non sai dove vuoi arrivare, prenderai come meta la prima strada che qualcuno ti mostra bene illuminata.

Cosa fare questa settimana

Un esercizio solo, e concreto. Prendi un foglio e scrivi in cima il tuo obiettivo dichiarato, quello che diresti a cena. Sotto, rispondi a due domande: com'è un martedì qualunque della vita in cui l'ho ottenuto? e lo vorrei ancora se nessuno lo sapesse mai?

Se dalle risposte esce una vita che ti piace, ottimo: hai un obiettivo, e quella era davvero una porta che ci porta. Se esce una vita che non ti dice niente, non hai perso tempo — hai appena scoperto che stavi correndo verso la porta di un altro, e sei molto più avanti di chi ci arriverà tra dieci anni.

Se dal foglio non esce niente, o esce una confusione che non riesci a sciogliere da solo, scrivimi: separare l'obiettivo dalla porta è quasi sempre più rapido quando c'è qualcuno che ti fa le domande scomode al posto giusto.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra obiettivo e porta nel Transurfing?

L'obiettivo è ciò che vuoi davvero: lo stato di vita in cui ti senti a casa. La porta è la via concreta attraverso cui ci arrivi: il mestiere, il ruolo, il progetto, la mossa. La maggior parte delle persone confonde le due cose e adotta come obiettivo una porta che ha visto usare a qualcun altro, scoprendo solo dopo anni che quella porta non dava sul suo mondo.

Come capisco se un obiettivo è davvero mio?

Dalla sensazione che ti lascia quando lo immagini raggiunto, non quando lo racconti. Un obiettivo tuo dà una calma che si allarga nel petto e non ha bisogno di spettatori. Un obiettivo importato dà eccitazione mentre lo dici agli altri e un vuoto strano quando resti solo. Il secondo criterio è la fatica: verso ciò che è tuo si fatica, ma non ci si logora.

Cosa succede se sbaglio la porta ma l'obiettivo è giusto?

Te ne accorgi presto e costa poco: la strada si fa faticosa in modo sordo, tutto richiede più forza del dovuto, gli imprevisti si accumulano. Cambiare porta non è un fallimento, è manutenzione. Sbagliare obiettivo invece costa anni, perché puoi anche arrivarci e sentirti comunque fuori posto.

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Questo contenuto ha finalità divulgative e di crescita personale. Non costituisce diagnosi né terapia e non sostituisce il rapporto con un medico o uno psicoterapeuta. Se stai attraversando una sofferenza intensa, rivolgiti a un professionista della salute mentale.