Notte Oscura e lavoro: come reggere gli impegni quando dentro è buio

Davil Di Claudio · 8 min di lettura

La sveglia suona alle sette come sempre. Ti alzi, ti vesti, prendi il caffè. Alle nove sei in riunione e senti la tua voce dire cose sensate, mentre una parte di te osserva la scena da tre metri di distanza e si chiede come sia possibile che nessuno se ne accorga. A pranzo mangi qualcosa senza fame. Alle sei esci, e la sola cosa che desideri è che nessuno ti chieda niente.

Questo è il pezzo di cui si parla meno quando si racconta la Notte Oscura dell'Anima. Nei libri il buio ha spazio e silenzio intorno: un deserto, una cella, un ritiro. Nella vita vera hai un affitto da pagare, dei clienti, dei figli da portare a scuola. Il passaggio interiore più esigente della tua vita ti capita mentre devi consegnare entro venerdì.

È la domanda che mi fanno più spesso: come si regge tutto questo? Provo a rispondere per davvero, senza le due scorciatoie che di solito si sentono — "molla tutto e ascoltati" e "datti da fare che ti passa".

Il doppio lavoro che nessuno ti conta

La prima cosa da capire è perché sei così stanco anche nei giorni in cui hai fatto poco.

In questa fase stai svolgendo due lavori contemporaneamente. Il primo è quello che ti pagano per fare. Il secondo è il passaggio che stai attraversando: un processo interiore che consuma risorse reali, giorno e notte, senza che tu possa metterlo in pausa. E c'è un terzo turno, che è il più caro di tutti: tenere in piedi l'apparenza che il primo lavoro non stia risentendo del secondo.

Recitare la normalità è faticosissimo, e nessuno lo mette in conto. Poi la sera ti stupisci di essere a pezzi dopo una giornata "tranquilla". Non era tranquilla: erano tre turni sovrapposti.

Da qui viene la prima decisione utile, e non riguarda la produttività: riguarda l'aspettativa. Se pretendi da te il rendimento dei tuoi mesi migliori, ogni sera chiuderai con un fallimento in più addosso — e la sensazione di fallire è il carburante di cui questa fase non ha bisogno.

Ridurre il carico senza far saltare la vita

"Prenditi un periodo di pausa" è un consiglio che vale per chi può permetterselo. Per tutti gli altri esiste una strada meno spettacolare e molto più praticabile: ridurre il carico del venti per cento senza far crollare l'impalcatura.

Guarda la tua settimana e cerca tre voci, non trenta.

Una cosa da rimandare: il progetto ambizioso che avevi in mente, il trasloco, il corso serale. Non annullarlo — rimandarlo, con una data. Ti toglie peso senza farti sentire che stai rinunciando.

Una cosa da delegare o semplificare: la cena elaborata diventa una cosa semplice, l'incombenza che rimandi da settimane la paghi a qualcuno che la fa in un'ora, la riunione settimanale diventa un messaggio.

Una cosa da dire di no: l'invito che accetteresti solo per non deludere, il favore fuori orario, l'impegno preso quando eri un'altra persona. Un no detto adesso vale tre notti di sonno.

Non serve altro. Chi in questa fase tenta la riorganizzazione totale della propria vita quasi sempre non la porta a termine, e ci aggiunge un fallimento.

Il minimo essenziale è una strategia, non una resa

C'è una frase che dico spesso alle persone che accompagno: in certi periodi il tuo obiettivo professionale non è brillare, è restare in piedi con dignità. Consegnare ciò che è dovuto, non bruciare i rapporti importanti, non prendere decisioni irreversibili. Basta e avanza.

Non è pigrizia mascherata da saggezza: è allocazione di risorse. Se spendi tutto ciò che hai per mantenere lo standard di prima, il passaggio interiore lo attraverserai a vuoto, e il conto lo pagherai dopo.

Tre accorgimenti che nella pratica reggono:

Sfrutta la finestra buona. Quasi tutti, anche nel buio più fitto, hanno una fascia oraria in cui funzionano meglio — per molti è la mattina presto, per altri il tardo pomeriggio. Individua la tua e mettici dentro le due cose che contano davvero. Il resto della giornata sia manutenzione.

Usa le abitudini al posto della volontà. In questa fase la motivazione non arriva, e aspettarla è tempo perso. Le procedure automatiche — stessa ora, stesso posto, stessa sequenza — ti portano dentro il lavoro senza doverti convincere ogni volta. È l'unico caso in cui essere un po' meccanici ti salva la giornata.

Rimanda le decisioni irreversibili. Licenziarsi, chiudere una società, trasferirsi altrove. Le decisioni prese nel punto più buio sembrano lucidissime e sono quasi sempre fughe. Se una scelta è davvero giusta, sarà giusta anche fra tre mesi: il tempo non le toglie nulla, ne è la prova.

Cosa dire, e a chi

Qui do un'indicazione controcorrente: nella maggior parte dei contesti di lavoro non devi raccontare il contenuto. Non perché ci sia da vergognarsi, ma perché "attraverso una crisi di senso" è una frase che apre porte sbagliate e che quasi nessun ambiente professionale sa maneggiare.

Quello che serve comunicare è l'effetto pratico, in una forma circoscritta e concreta: "Sto attraversando un periodo personale complicato. Nelle prossime settimane ho bisogno di scadenze più realistiche su questo progetto". Nessuna confessione, nessun dettaglio, una richiesta chiara. Nella mia esperienza ottiene molto più ascolto di qualunque spiegazione.

Il contenuto, invece, va detto — ma altrove: una o due persone fidate, un professionista, qualcuno che quel territorio l'ha attraversato. Il rischio grosso di questa fase è il silenzio totale, e ne parlo diffusamente nell'articolo sulla solitudine nella Notte Oscura.

Il lavoro come struttura o come anestetico

Molti in questa fase si buttano nel lavoro, e mi chiedono se sia un errore. La risposta onesta è: dipende, e la differenza si vede in un punto solo.

Se il lavoro ti dà una struttura — orari, gesti, un motivo per alzarti — e la sera riesci comunque a stare con quello che senti, allora ti sta sostenendo. In un periodo in cui tutto dentro è liquido, avere qualcosa di solido fuori è prezioso.

Se invece riempi ogni ora perché il vuoto è insopportabile, se le pause ti terrorizzano e la domenica è il giorno peggiore della settimana, allora il lavoro è diventato un anestetico. Funziona, anche bene, finché regge — e quando non regge più presenta il conto tutto insieme.

La prova è semplice: fermati un'ora, senza schermi, e guarda cosa succede. Se arriva disagio, è normale. Se arriva panico, hai la tua risposta. È lo stesso confine che descrivo parlando di accidia: riempirsi di attività e non riuscire a fare niente sono due facce dello stesso problema.

Quando non è più questione di stringere i denti

Devo fermarmi qui con chiarezza, perché è la cosa più importante dell'articolo.

Tutto quello che ho scritto vale per un passaggio interiore faticoso ma sostenibile. Esiste un punto oltre il quale non è più questione di organizzazione: quando il sonno è compromesso stabilmente, quando compiti semplici che prima erano automatici diventano impossibili, quando ti stai ritirando da tutto e da tutti, e soprattutto se arrivano pensieri di farti del male.

In quei casi non stai attraversando qualcosa a testa bassa: hai bisogno di aiuto, e chiederlo è la mossa più lucida disponibile. Parlane con il tuo medico o con uno psicoterapeuta. La distinzione tra questo passaggio e un quadro clinico la approfondisco in notte oscura o depressione, ed è una distinzione che nessun articolo può fare al posto di un professionista che ti guarda in faccia.

Reggere non significa fare finta. Significa scegliere ogni giorno le due cose che vanno fatte davvero, farle, e lasciare che il resto aspetti il tuo ritorno.

Da domani, tre righe su un foglio: una cosa da rimandare, una da semplificare, una da rifiutare. Poi la finestra buona della giornata, e dentro solo ciò che conta. Se stai attraversando questo passaggio e ti serve qualcuno che ti aiuti a tenere insieme i pezzi mentre lo attraversi, scrivimi.

Domande frequenti

Devo dire al mio capo che sto attraversando un momento così?

Nella maggior parte dei casi non serve raccontare il contenuto. Serve comunicare l'effetto pratico e circoscritto: che in questo periodo rendi meno su certe cose e hai bisogno di scadenze più realistiche o di meno riunioni. È una richiesta concreta, non una confessione, e di solito ottiene molto più ascolto.

Buttarmi nel lavoro mi aiuta o sto solo scappando?

Dipende da cosa succede quando ti fermi. Se il lavoro ti dà una struttura e la sera riesci comunque a stare con quello che senti, ti sta sostenendo. Se ogni pausa diventa insopportabile e riempi tutto per non incontrarti, il lavoro è diventato un anestetico: funziona finché regge, e poi presenta il conto tutto insieme.

Come capisco che non è più questione di stringere i denti?

Quando compaiono segni che riguardano il funzionamento di base — sonno stabilmente compromesso, incapacità di svolgere compiti semplici che prima erano automatici, ritiro totale — e ancora di più se arrivano pensieri di farti del male. Lì non è una fase da attraversare a testa bassa: è il momento di parlarne con un medico o uno psicoterapeuta.

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Questo contenuto ha finalità divulgative e di crescita personale. Non costituisce diagnosi né terapia e non sostituisce il rapporto con un medico o uno psicoterapeuta. Se stai attraversando una sofferenza intensa, rivolgiti a un professionista della salute mentale.