L'accidia: il male dell'anima che sembra pigrizia

Davil Di Claudio · 8 min di lettura

C'è uno stato che non ha un nome nel linguaggio di tutti i giorni, e proprio per questo lo scambiamo per qualcos'altro. Ti svegli, e non è che stai male: è che non stai in nessun modo. Le cose che ami — un libro, una persona, un progetto — sono ancora lì, al loro posto, ma non ti toccano più. Le guardi come si guarda una fotografia di un pasto che una volta ti faceva venire fame. Riconosci che dovrebbero significare qualcosa. Ma dentro, dove prima c'era il calore, ora c'è una temperatura tiepida e uniforme, senza picchi. Ti dici che sei stanco, o pigro, e provi a strapazzarti. Non funziona. Perché quello che stai attraversando non è stanchezza, e non è pigrizia. Ha un nome antico: accidia.

Un male che i monaci conoscevano meglio di noi

Noi moderni abbiamo perso la parola, ma non la cosa. I padri del deserto, quindici secoli fa, l'accidia la conoscevano nei dettagli, perché la incontravano ogni giorno nella solitudine della cella. La chiamavano demone meridiano: il pensiero che assaliva il monaco a mezzogiorno, quando il sole era fermo in cielo e il tempo sembrava non passare più. All'improvviso la cella diventava insopportabile, il lavoro inutile, la preghiera vuota. Veniva voglia di andarsene, di cambiare posto, di fare qualunque cosa pur di non stare in quel torpore.

Ne parlavano con tanta precisione perché avevano capito una cosa che a noi sfugge: l'accidia non è mancanza di energia, è energia che ha perso la sua direzione. Non è il vuoto della batteria scarica. È il motore acceso, che gira a vuoto, senza ingranare nessuna marcia. Ed è per questo che le soluzioni ovvie — "riposati", "distraiti", "datti una mossa" — quasi sempre falliscono.

Non è pigrizia, e la differenza conta

Ti fermo un attimo su questo, perché confondere accidia e pigrizia è l'errore che allunga il buio. Il pigro sceglie il divano, e sul divano ci sta bene: la pigrizia ha un suo piacere, per quanto colpevole. Chi vive l'accidia sul divano non ci sta affatto bene. Non gode del riposo, non gode del movimento, non gode di niente. È come avere il palato anestetizzato: puoi mangiare il piatto migliore del mondo e sentire solo consistenza, mai sapore.

Ecco perché "smettila di essere pigro" è un consiglio non solo inutile, ma crudele. Presuppone che tu ti stia godendo un ozio che invece è la tua prigione. E aggiunge, alla mancanza di desiderio, anche la colpa di non desiderare. Se ti stai parlando così, il primo gesto di cura è cambiare tono: non sei pigro, sei raffreddato. È diverso, e chiede un'altra medicina.

Il raffreddamento del desiderio

Mi piace pensare all'accidia come al momento in cui il desiderio si raffredda. Non muore — si raffredda. E il desiderio raffreddato ha una caratteristica insidiosa: non urla, sussurra. Non ti butta a terra come una disperazione acuta; ti spegne lentamente, un grado alla volta, così piano che ti sembra normale. Un giorno ti accorgi che è da mesi che non ti entusiasmi per niente, e non sai nemmeno dire quando è cominciato.

Questo raffreddamento colpisce spesso nei centri: a metà di un progetto, a metà di una relazione, a metà della vita. È lì che sei più esposto, perché la spinta della partenza è finita e il traino dell'arrivo è ancora lontano. È lo stesso terreno di cui parlo quando descrivo la notte oscura dell'anima: un passaggio in cui le vecchie motivazioni non funzionano più e le nuove non sono ancora nate. L'accidia, spesso, è il clima di quel passaggio.

Perché darsi una mossa non funziona

L'istinto, davanti al torpore, è la scossa: cambia lavoro, parti, comincia dieci cose nuove. I monaci lo chiamavano la tentazione di lasciare la cella. E avevano capito che era una trappola. Perché l'accidia non si cura fuggendo dal luogo in cui si manifesta, ma restando — e ricominciando a scaldare le braci dal basso, con gesti minuscoli.

La scossa grande fallisce per un motivo preciso: chiede al desiderio raffreddato uno slancio che il desiderio raffreddato non ha. È come pretendere di accendere un falò gettandoci sopra un tronco enorme: lo soffochi, non lo accendi. Il fuoco si riprende dai rametti sottili, non dai tronchi.

Come si riscaldano le braci

Ecco la parte pratica, e ti chiedo di prenderla alla lettera, perché la sua forza sta proprio nell'essere piccola.

  • Riduci la scala fino all'assurdo. Non "ricomincio a scrivere il libro": apro il file e rileggo una riga. Non "torno a correre": mi metto le scarpe e resto sulla porta un minuto. Il gesto dev'essere così piccolo che la parte raffreddata di te non trovi motivo di opporsi. Il calore torna dal fare minimo, non dal proposito grande.
  • Onora il tuo posto invece di fuggirlo. Se l'accidia ti dice "questo lavoro, questa città, questa relazione non hanno più senso", non prendere quella voce per oracolo. Nel torpore tutto sembra senza senso: non è un giudizio sulla tua vita, è il colore della lente. Rimanda le decisioni grandi a quando avrai di nuovo sapore in bocca.
  • Ritorna al corpo e al ritmo. Il desiderio si riscalda spesso dal basso, non dall'alto: dal sonno regolare, dalla luce del mattino, da un movimento ripetuto. È lo stesso principio del radicamento — quando la mente è tiepida e distante, il corpo è la stufa da cui ripartire.
  • Cura la costanza, non l'intensità. Meglio cinque minuti ogni giorno che due ore quando "torna la voglia": la voglia, nell'accidia, non torna prima del gesto. Arriva dopo. Prima ti muovi, poi — non viceversa — senti di nuovo qualcosa.

Quando il torpore è un sintomo, non un passaggio

Voglio essere onesto e chiaro, perché qui la responsabilità conta più di ogni bella immagine. Tutto quello che ho scritto vale per l'accidia come raffreddamento esistenziale: un torpore che risponde, sia pure lentamente, ai piccoli gesti di ripresa. Ma esistono forme di spegnimento che non sono un passaggio da attraversare: sono un quadro clinico da curare. Se questo stato dura da settimane senza tregua, se ti impedisce di lavorare, dormire, stare con gli altri, o se compaiono pensieri di farti del male, quello non è un demone di mezzogiorno da riscaldare con un rametto alla volta. È il momento di chiedere aiuto a uno psicoterapeuta o al tuo medico — subito, senza ragionarci sopra da solo. Distinguere i due quadri è un lavoro delicato: ne parlo più a fondo in notte oscura o depressione?, ma la distinzione vera, quando c'è sofferenza reale, va fatta con un professionista, non con un articolo.

Il fuoco che aspetta un rametto

L'immagine con cui ti lascio è quella del focolare la mattina, dopo una notte fredda. Sotto la cenere grigia, apparentemente spenta, quasi sempre resta una brace viva. Non serve un tronco per farla ripartire. Serve un rametto sottile, un soffio leggero, e la pazienza di restare accanto al fuoco invece di andarsene a cercarne un altro.

L'accidia non ti chiede di ritrovare la fiamma. Ti chiede solo di non spegnere la brace — e di scaldarla un rametto alla volta.

Se ti riconosci in questo torpore e non sai da quale rametto ripartire, non è debolezza chiedere una mano a tenere acceso il fuoco mentre torna il calore. È esattamente il lavoro che faccio con chi accompagno: scrivimi, e cominciamo dal gesto più piccolo che c'è.

Domande frequenti

Che differenza c'è tra accidia e pigrizia?

La pigrizia è preferire il riposo alla fatica: è un calcolo, e sotto sotto ti godi l'ozio. L'accidia no. Nell'accidia non godi di niente, nemmeno del riposo: è un'assenza di sapore, non un eccesso di comodità. Il pigro non fa perché non gli va; chi vive l'accidia non fa perché nulla gli sembra più valere lo sforzo.

L'accidia è la stessa cosa della depressione?

No, anche se possono somigliarsi e a volte convivere. L'accidia, nel senso di cui parlo qui, è un torpore spirituale ed esistenziale — un raffreddamento del desiderio — che spesso risponde a piccoli gesti di ripresa. La depressione è un quadro clinico, con sintomi persistenti che compromettono il funzionamento. Se il tuo stato dura da settimane, ti impedisce di vivere o porta pensieri di farti del male, non ragionarci sopra da solo: parlane subito con uno psicoterapeuta o con il tuo medico.

Perché l'accidia colpisce spesso a metà giornata o a metà vita?

Perché è nei 'centri' che il fervore iniziale si spegne e la meta finale è ancora lontana: il momento in cui non hai più la spinta della partenza né il traino dell'arrivo. I monaci la chiamavano 'demone meridiano' perché mordeva a mezzogiorno. La stessa dinamica torna a metà di un progetto, di una relazione, di una vita: quando l'entusiasmo è finito e il senso non si è ancora consolidato.

Questo contenuto ha finalità divulgative e di crescita personale. Non costituisce diagnosi né terapia e non sostituisce il rapporto con un medico o uno psicoterapeuta. Se stai attraversando una sofferenza intensa, rivolgiti a un professionista della salute mentale.