Fatica di decidere: perché la sera non riesci più a scegliere niente

Davil Di Claudio · 8 min di lettura

Sono le nove di sera. Qualcuno ti chiede una cosa semplicissima — che film guardiamo, cosa mangiamo, usciamo o restiamo — e tu senti dentro una resistenza sproporzionata. Non è che non ti vada: è che proprio non riesci a produrre una risposta. Finisci per dire "decidi tu", e a volte lo dici con un tono più secco di quanto vorresti.

La mattina dopo prendi tre decisioni difficili prima delle dieci senza battere ciglio. Quindi non sei una persona indecisa. Sei una persona che alle nove di sera ha finito il budget.

Decidere è un'attività che consuma

Nel lavoro che faccio questa è una delle cose che le persone scoprono con più sollievo, perché toglie di mezzo un'accusa che si fanno da anni: "sono debole di carattere", "non so mai quello che voglio".

La realtà è più semplice e meno umiliante. Ogni scelta ti chiede tre operazioni: tenere aperte due o più possibilità, confrontarle, rinunciare a quelle che scarti. La terza è la più costosa, e quasi nessuno la conta. Scegliere non è prendere: è lasciare. Ogni volta che decidi qualcosa, seppellisci silenziosamente tutte le versioni della giornata che non hai scelto.

Fai questa operazione una ventina di volte e non te ne accorgi. Fatta duecento volte, arriva la sera e non c'è più niente da spendere. È la stessa energia psichica con cui lavori, ascolti, ti trattieni dal rispondere male: una sola cassa comune, non tanti conti separati.

Le decisioni che non conti

Se ti chiedessi quante decisioni hai preso oggi, diresti tre o quattro. In realtà sono centinaia, e quasi tutte invisibili.

  • Quale messaggio aprire per primo, e se rispondere adesso o dopo.
  • Come formulare quella frase in chat, riletta due volte prima di inviarla.
  • Se fermarti a spiegare o lasciar correre.
  • In che ordine fare tre cose che potevano andare in qualsiasi ordine.
  • Quale delle sette cose aperte sullo schermo meritava attenzione, ogni volta che hai cambiato finestra.

Nessuna di queste è una decisione importante. Ma nessuna è gratis. Ed è per questo che il sovraccarico digitale stanca così tanto pur senza farti fare nulla di faticoso: ti mette davanti un flusso continuo di micro-scelte, e tu paghi ogni singolo passaggio.

C'è poi una categoria a parte, la più cara di tutte: le decisioni prese e mai chiuse. Quelle che ripassi. Hai già scelto, ma continui a riaprire il file — hai fatto bene? forse l'altra opzione era meglio? Quella non è una decisione: sono cinquanta decisioni identiche, ripetute. È lo stesso meccanismo del rumore mentale, applicato alle scelte già fatte.

I tre modi in cui si vede che sei a zero

Quando il margine finisce, non lo annunci: lo agisci. E lo fai in uno di questi tre modi.

Deleghi. "Decidi tu", "per me è uguale", "fate voi". Detta una volta è gentilezza, detta sempre è resa. Il costo arriva dopo: passi la serata dentro una scelta che non è tua, e non capisci perché sei di malumore.

Prendi la prima cosa che passa. Non scegli: afferri. È così che si finisce a mangiare male, a comprare cose inutili, a dire sì a un impegno che il giorno dopo ti sembrerà assurdo. Non era desiderio, era mancanza di forze per valutare.

Ti blocchi del tutto. Resti fermo davanti a due opzioni entrambe accettabili, e più il tempo passa più il blocco si carica di vergogna. È la forma peggiore, perché la interpreti come un difetto tuo mentre è solo il conto in rosso.

Il punto che quasi tutti sbagliano

La reazione istintiva è: "allora devo imparare a decidere meglio". Ed è la strada sbagliata, perché ti chiede altra energia dove non ce n'è.

La strada giusta è l'opposto: decidere meno volte, per poter decidere bene dove conta. Non si tratta di diventare rigidi. Si tratta di riconoscere che nella tua giornata esistono due tipi di scelte, e che stai spendendo lo stesso tipo di attenzione su entrambe.

Ci sono le scelte che ti rappresentano — come impostare un progetto, cosa dire a una persona che ami, se accettare quel lavoro. E ci sono le scelte che devono solo essere prese, da chiunque, in qualunque modo ragionevole: cosa indossi il lunedì, in che ordine fai la spesa, a che ora esci di casa. Sulla seconda categoria la qualità della decisione è quasi irrilevante. Il costo, invece, è identico.

Quattro mosse concrete

Automatizza le ricorrenti. Tutto ciò che si ripete uguale ogni settimana va deciso una volta e messo in un binario: gli orari, i pasti fissi, l'ordine della prima ora del mattino. Ogni automatismo è margine liberato per il resto.

Metti le scelte pesanti dove hai fondi. Le decisioni che contano vanno affrontate nella prima parte della giornata, non alla sera come premio dopo tutto il resto. Se sposti una sola decisione importante dalle ventidue alle nove del mattino, cambia la qualità della decisione, non solo la fatica.

Chiudi ciò che hai deciso. Quando una scelta è presa, dichiarala chiusa — a te stesso, esplicitamente, anche a voce. Riaprirla senza informazioni nuove non è prudenza: è un prelievo a vuoto.

Datti una soglia di importanza. Per le decisioni minori, prendi la prima opzione ragionevole entro un tempo breve e vai avanti. Cercare la migliore possibile su cose che non contano è il modo più efficiente che esiste per arrivare svuotato a quelle che contano.

La prova di una settimana

Per sette giorni annota solo due cose: a che ora della giornata hai preso le tue decisioni migliori e in quali momenti ti sei sentito incapace di sceglierne una qualsiasi. Non cambiare niente, per ora. Guarda soltanto.

Quasi tutti scoprono la stessa mappa: una finestra buona di tre o quattro ore, quasi sempre nella prima parte della giornata, e un crollo che arriva a un'ora abbastanza precisa. Non è una scoperta interessante da leggere: è una scoperta utile da usare. Da lì in poi puoi smettere di trattare tutte le ore come se valessero uguale, e sistemare le cose importanti dove sei ancora in grado di sceglierle.

Se invece la sensazione di vuoto ti accompagna anche nelle ore buone, il tema non è più organizzativo: è quello della stanchezza mentale, e va guardato più a fondo.

Non stai perdendo la capacità di scegliere. La stai spendendo tutta in cose che non avevano bisogno di te.

Quando questa fatica dura da mesi, di solito sotto c'è una dispersione più larga: energia che se ne va in cose che non hai mai deciso di alimentare. È il primo punto su cui lavoro nel percorso di coaching psicoenergetico. Se ti riconosci, scrivimi e ne parliamo.

Domande frequenti

Perché la sera divento incapace di prendere anche le decisioni più banali?

Perché decidere è un'attività che consuma, e alla sera hai già speso quasi tutto. Durante la giornata hai preso centinaia di micro-decisioni che non hai nemmeno registrato come tali: cosa rispondere, in che ordine fare le cose, quale messaggio aprire per primo. Quando arriva la domanda 'cosa mangiamo?' non hai più margine, e una scelta minima ti sembra un peso sproporzionato. Non sei diventato indeciso: sei arrivato a fondo scorta.

È la stessa cosa della procrastinazione?

Sono parenti, ma non coincidono. Nella procrastinazione rimandi un'azione che sai già di dover fare; nella fatica decisionale sei bloccato prima, sulla scelta stessa, e resti fermo tra due opzioni entrambe accettabili. Il segnale che distingue le due è il tipo di disagio: rimandare dà senso di colpa, non riuscire a scegliere dà una specie di paralisi neutra, quasi senza emozione.

Ridurre le scelte non rende la vita più povera?

Solo se togli le scelte sbagliate. Ridurre significa automatizzare ciò che non ti rappresenta — l'ordine della mattina, cosa indossi per lavorare, cosa si mangia il lunedì — proprio per avere margine sulle decisioni che ti riguardano davvero. Chi decide tutto ogni giorno non è più libero: arriva alle scelte importanti con il serbatoio vuoto, e lì la libertà se ne va davvero.

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Questo contenuto ha finalità divulgative e di crescita personale. Non costituisce diagnosi né terapia e non sostituisce il rapporto con un medico o uno psicoterapeuta. Se stai attraversando una sofferenza intensa, rivolgiti a un professionista della salute mentale.