Il diritto di scelta: nel Transurfing non si chiede, si sceglie

Davil Di Claudio · 8 min di lettura

Ascolta come suonano queste tre frasi, dette dalla stessa persona sullo stesso obiettivo.

"Spero di riuscire a cambiare lavoro entro l'anno." "Devo assolutamente cambiare lavoro entro l'anno." "Entro l'anno cambio lavoro."

Sono lo stesso contenuto e sono tre stati interiori completamente diversi. La prima implora: c'è un'istanza superiore, da qualche parte, che deve concedere. La seconda pretende: c'è una tensione che spinge e che, come accade sempre, chiama una spinta contraria. La terza semplicemente decide, e da lì comincia a muoversi.

Nel Reality Transurfing questa terza posizione ha un nome preciso: diritto di scelta. Ed è forse il concetto più semplice da capire e il più difficile da abitare davvero.

Chiedere ti mette nella posizione sbagliata

Il problema del chiedere non è morale, è strutturale. Nel momento in cui chiedi, hai già istituito qualcuno che può dirti di no. Hai messo la tua vita in un ufficio con uno sportello, e ti sei messo in fila.

Guarda cosa succede al tuo comportamento quando sei in quella posizione. Aspetti. Controlli i segnali. Interpreti ogni silenzio come una risposta. Chiedi conferme. Ti prepari al rifiuto, e nel prepararti cominci a comportarti come chi il rifiuto se lo aspetta — e le persone lo sentono, sempre, anche quando non saprebbero spiegarlo.

Il pretendere non va meglio, sembra solo più energico. Chi pretende ha caricato quel risultato di un peso enorme, e come racconto parlando del potenziale superfluo, ogni dislivello del genere richiama forze che tendono a livellarlo. Il modo più economico che hanno per farlo è togliere di mezzo proprio la cosa che hai gonfiato.

Chiedere e pretendere sembrano opposti. Sono la stessa posizione vista da due lati: entrambe presuppongono che la cosa non sia tua e che qualcuno debba concedertela.

Cosa vuol dire davvero scegliere

Scegliere non è un atto di forza. È molto più tranquillo di così, e proprio per questo confonde.

Quando entri in un ristorante e ordini il pesce, non ti aggrappi al cameriere, non lo implori, non ti chiedi se meriti il pesce. Non ti sei nemmeno posto il problema: hai scelto, e stai aspettando con naturalezza che arrivi ciò che hai scelto. Non c'è tensione perché non c'è dubbio sul tuo diritto di ordinare.

Il diritto di scelta è esattamente questo stato interiore applicato alle cose grandi. Non è la certezza che otterrai — è l'assenza della domanda "posso permettermi di volerlo?". Decidi la direzione, ti comporti come chi va in quella direzione, e smetti di chiedere il permesso a un'autorità che non esiste.

La parte che quasi tutti saltano è la seconda metà. Perché scegliere non riguarda solo il risultato: riguarda il percorso. Chi dice "scelgo di avere un corpo in salute" e rifiuta ogni forma di disciplina non ha scelto niente: ha desiderato. La scelta include quello che serve. È il motivo per cui una scelta autentica, di solito, si riconosce da quanto costa nei giorni feriali, non da quanto suona bene nei propositi.

Perché il permesso è il vero ostacolo

Nella pratica, il punto in cui le persone si inceppano non è la mancanza di tecnica. È che non si sentono in diritto.

Sotto le formule tipo "non è realistico", "non è il momento", "chi sono io per" c'è quasi sempre una convinzione precisa: quella cosa lì è per altri. Per chi ha studiato di più, ha cominciato prima, ha una famiglia alle spalle, ha più coraggio. È una frase che nessuno dice a voce alta e che moltissimi eseguono ogni giorno.

Finché quella convinzione è attiva, puoi ripetere qualsiasi affermazione: la tua parte profonda continuerà a comportarsi da persona in fila allo sportello. Ecco perché prima della tecnica va guardato l'unico vero requisito — se quello che vuoi è tuo davvero, o se è un obiettivo preso in prestito da qualcun altro. È il lavoro che descrivo parlando dell'obiettivo e della porta: un obiettivo altrui non regge nessuna scelta, perché non ha carburante suo.

Tre passaggi per esercitarlo

Il diritto di scelta si allena, e si allena in piccolo prima che in grande.

Uno: cambia la grammatica. Per una settimana, correggi le tue frasi mentre le dici. "Spero di" diventa "scelgo di". "Se riesco" diventa "quando". Non è autoconvincimento: è accorgersi di quante volte al giorno ti metti spontaneamente in posizione di richiesta. La sola conta è già istruttiva.

Due: scegli il percorso, non solo il traguardo. Prendi il tuo obiettivo e scrivi accanto cosa comporta nella settimana tipo: ore, rinunce, cose scomode. Se leggendo quella lista senti un rifiuto, non hai ancora scelto. Hai desiderato il risultato e rifiutato il prezzo, ed è lì che la maggior parte dei propositi muore.

Tre: togli l'urgenza, tieni la direzione. L'urgenza è quasi sempre la firma della richiesta: chi implora ha fretta perché teme il no. Scegliere permette una calma strana, quasi sospetta — vai in quella direzione, ti muovi ogni giorno, e non hai bisogno che arrivi entro venerdì. Da quello stato le azioni vengono meglio: parli per dire, non per convincere.

Quello che non ti viene promesso

Il diritto di scelta non ti garantisce il risultato. Nessun approccio serio può farlo, e chi te lo promette ti sta vendendo qualcosa.

Ti garantisce un'altra cosa, e non è poco: che non passerai la vita in fila davanti a uno sportello immaginario, aspettando che qualcuno ti autorizzi a volere ciò che vuoi. Ti restituisce la parte che ti compete davvero — la direzione, l'azione, la costanza — e ti toglie di dosso il compito impossibile di controllare tutto il resto.

Chi lo prova nota quasi sempre lo stesso effetto collaterale: le cose non arrivano necessariamente più in fretta, ma smettono di sembrare concessioni. E questo cambia il modo in cui le tieni una volta arrivate.

Nessuno ti darà mai il permesso. È esattamente per questo che puoi prendertelo adesso.

Se ti accorgi di stare da anni in posizione di richiesta e vuoi lavorare sul passaggio alla scelta, ne parliamo volentieri: scrivimi e vediamo insieme da dove cominciare.

Domande frequenti

Che differenza c'è tra desiderare una cosa e sceglierla?

Il desiderio si limita a constatare che vorresti qualcosa e lascia aperta la domanda se arriverà. La scelta chiude quella domanda: decidi che quella cosa fa parte della direzione in cui vai, e ti comporti di conseguenza. Il desiderio guarda il risultato e lo aspetta; la scelta guarda il percorso e lo cammina. Chi sceglie non smette di volere: smette di supplicare.

Scegliere non è solo pensiero positivo con un altro nome?

No, ed è una distinzione che conta. Il pensiero positivo cerca di convincerti che andrà bene e ti lascia comunque nella posizione di chi aspetta un verdetto. La scelta non ha bisogno di convincerti di niente: è una decisione sulla direzione, non una previsione sul futuro. Puoi scegliere anche mentre hai dubbi — anzi, quasi sempre è così che funziona.

Se scelgo e poi non ottengo, cosa significa?

Significa quasi sempre una di due cose. O la scelta non era davvero tua ma un obiettivo preso in prestito da altri, e allora manca il carburante; oppure hai scelto il risultato senza scegliere il percorso, cioè hai deciso di arrivare rifiutando ciò che serve per arrivarci. In entrambi i casi il problema non è la tecnica: è la chiarezza su cosa vuoi davvero.

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Questo contenuto ha finalità divulgative e di crescita personale. Non costituisce diagnosi né terapia e non sostituisce il rapporto con un medico o uno psicoterapeuta. Se stai attraversando una sofferenza intensa, rivolgiti a un professionista della salute mentale.