Vittimismo: l'Ombra di chi si sente sempre dalla parte del torto
C'è una frase che, quando la sento, mi fa drizzare le antenne. Suona più o meno così: «io ci ho sempre messo del mio, sono gli altri che poi si comportano in un certo modo». Detta una volta, è un'osservazione. Detta a proposito del capo, dell'ex, del fratello, del collega, del vicino e di un tizio incontrato a una riunione di condominio, non descrive più il mondo: descrive una posizione.
Voglio essere chiaro subito, perché è il punto più delicato di tutto l'articolo. Essere stati vittime è un fatto, e non si discute. Chi ha subito abbandono, violenza, umiliazione o tradimento non ha nulla da giustificare. Il vittimismo è un'altra cosa: non riguarda ciò che ti è successo, ma la postura che quella ferita ti ha insegnato a tenere anche molto tempo dopo, in situazioni che non c'entrano più.
La vittima non è passiva: è una posizione di potere
Il fraintendimento più diffuso è considerare il vittimismo una forma di debolezza. Nella mia esperienza è il contrario: è una strategia di potere raffinatissima, e chi la usa lo sa benissimo, anche se non con la parte pensante di sé.
Chi occupa la posizione della vittima ottiene cose che nessun altro ottiene con la stessa facilità. Ottiene attenzione senza doverla chiedere. Ottiene che gli altri si sentano in colpa e quindi si adeguino. Ottiene esenzioni: dalle critiche, dalle richieste, dalla propria parte di responsabilità. E soprattutto ottiene una posizione morale inattaccabile, perché a chi ha subito non si può rispondere.
È un potere reale, che funziona. L'unico problema è il prezzo: si paga in libertà. Per mantenere quel potere devi restare, ogni giorno, la persona a cui le cose accadono. E chi si concepisce così non può muoversi, perché il movimento richiede di ammettere di avere una qualche presa sulla propria vita.
Perché è materiale d'Ombra
Nella guida all'integrazione dell'Ombra descrivo l'Ombra come tutto ciò che hai imparato a non essere per restare accettabile. Il vittimismo è uno dei suoi travestimenti più efficaci, perché nasce quasi sempre in famiglie e ambienti dove la richiesta diretta era vietata e il lamento era l'unico canale rimasto aperto.
Se in casa tua pretendere era da maleducati, arrabbiarsi era da ingrati e dire voglio era da egoisti, non hai smesso di volere: hai imparato a ottenere per un'altra via. Sospirando. Facendo notare quanto ti costa. Facendoti trovare stanco. Lasciando intendere. È lo stesso meccanismo della rabbia repressa, solo capovolto: l'energia non esplode, si travasa in una richiesta silenziosa e continua che non può essere rifiutata perché non è mai stata formulata.
Ed ecco perché è Ombra a pieno titolo: ciò che sta al buio non è la fragilità — quella è ben visibile, anzi è esposta. Al buio c'è la forza. La capacità di chiedere, di pretendere, di dire di no, di reggere il conflitto. Tutto ciò che è stato dichiarato pericoloso e messo in cantina.
I segnali, quelli onesti
Il vittimismo è quasi invisibile dall'interno, perché ogni singolo episodio ha sempre ottime ragioni. Si riconosce solo guardando la forma, mai il contenuto.
- Il protagonista è sempre un altro. Nei tuoi racconti tu sei quello a cui le cose vengono fatte. Gli altri agiscono, tu reagisci.
- Le soluzioni ti irritano. Quando qualcuno propone una via d'uscita concreta, senti fastidio più che sollievo, e trovi in fretta il motivo per cui non funzionerebbe.
- Il conto è sempre aperto. Ricordi con precisione chirurgica ciò che hai dato e ciò che non ti è stato restituito.
- Chiedi senza chiedere. Ti aspetti che gli altri capiscano da soli. Quando non capiscono, la conferma arriva puntuale: nessuno si cura di te.
- Cambiano gli attori, non la trama. Nuovo lavoro, nuova relazione, nuovo gruppo di amici, stessa identica storia dopo qualche mese.
Se hai riconosciuto tre punti su cinque, non sei una brutta persona. Sei una persona che ha imparato una strategia in un momento in cui era, probabilmente, l'unica disponibile. Il punto non è la colpa, è la scadenza: quella strategia ha smesso di servirti da un pezzo.
Il costo che quasi nessuno mette in conto
Il vittimismo funziona nel breve e presenta il conto nel lungo, in tre valute.
La prima è la solitudine. Chi ti sta accanto, all'inizio, accorre. Poi comincia a sentirsi accusato di continuo senza sapere di cosa, e si allontana. L'allontanamento diventa la prova che il mondo è ingiusto, e il cerchio si chiude.
La seconda è l'immobilità. Se la causa di ciò che vivi è sempre fuori, la soluzione è sempre fuori. Devi aspettare che gli altri cambino, che riconoscano, che si scusino. Puoi aspettare per decenni.
La terza, la più cara, è la proiezione. Come racconto nell'articolo sulla proiezione psicologica, ciò che teniamo al buio finisce addosso agli altri. Chi vive in posizione di vittima vede prepotenti ovunque — perché la prepotenza è la parte di sé che non ha mai avuto il permesso di esistere alla luce, e da lì continua a governare la scena.
Come si esce: cambiare la domanda
Non si esce dal vittimismo sgridandosi, e nemmeno ripetendosi che bisogna essere positivi. Si esce cambiando la domanda che governa il racconto.
1. Separa il fatto dalla posizione. Scrivi ciò che è accaduto in tre righe asciutte, senza aggettivi e senza intenzioni attribuite a nessuno. Poi rileggilo. Quasi sempre il fatto è più piccolo del racconto che ci hai costruito sopra — e questo non toglie nulla al dolore, restituisce solo le proporzioni.
*2. Sostituisci di chi è la colpa con cosa dipende da me.* Non è una domanda morale, è una domanda pratica. Anche quando la risposta è minuscola — a che ora mi alzo, se rispondo a quel messaggio, se dico una frase vera — è l'unico punto in cui hai potere. E il potere non è mai una questione di quantità: è una questione di direzione.
3. Fai una richiesta diretta, una sola. È l'esercizio più temuto e il più efficace. Prendi una cosa che stai aspettando da qualcuno e chiedila apertamente, con un verbo semplice: ti chiedo di. Rischi un no. È esattamente il rischio che il vittimismo esisteva per evitarti, ed è il motivo per cui attraversarlo cambia tutto.
4. Riconosci la forza sotto la lamentela. Ogni lamentela cronica contiene una pretesa legittima mai formulata. Trovala e mettila in prima persona: non «nessuno mi considera», ma «voglio essere considerato, e questo è ciò che chiedo».
Finché aspetti che il mondo ammetta di averti fatto torto, sei tu a tenerti prigioniero della porta che accusi gli altri di aver chiuso.
La parte che nessuno ti restituirà
C'è un lutto da fare, in questo passaggio, e vale la pena nominarlo. Uscire dalla posizione di vittima significa rinunciare all'idea che qualcuno, prima o poi, riconoscerà il torto e sistemerà le cose. Molto spesso non accadrà. Non perché tu avessi torto, ma perché chi ti ha ferito non ha alcuna intenzione di occuparsene.
Accettarlo fa male, e per un periodo fa più male della lamentela. Poi accade una cosa curiosa: nel momento in cui smetti di aspettare la riparazione, l'energia che tenevi impegnata in quell'attesa torna disponibile. È tanta. Ed è tua da sempre — semplicemente era in prestito a una causa che non poteva vincere.
Se ti sei riconosciuto in queste righe e vuoi lavorare su ciò che tieni al buio invece di lasciarlo governare le tue relazioni, puoi scrivermi.
Domande frequenti
Essere stato davvero vittima è la stessa cosa del vittimismo?
No, ed è la distinzione più importante di tutte. Essere stati feriti, traditi, trascurati o maltrattati è un fatto: riguarda ciò che ti è accaduto e non si discute. Il vittimismo è invece una posizione che si prende oggi, spesso proprio a partire da quel dolore vero, e che riguarda ciò che fai adesso con quanto è accaduto. Si può essere stati vittime senza vivere da vittime, e si può assumere la posizione della vittima anche senza aver subito nulla di grave.
Perché il vittimismo è considerato materiale d'Ombra?
Perché quasi sempre nasconde ciò che di se stessi è stato dichiarato inaccettabile: la rabbia, l'aggressività sana, il desiderio di prendere spazio, la richiesta diretta. Chi non si è potuto permettere di pretendere ha imparato a ottenere lamentandosi. La forza non è sparita, ha solo cambiato travestimento — ed è esattamente questo che la rende Ombra.
Come faccio a smettere di sentirmi sempre vittima?
Non combattendo il sentimento, ma cambiando la domanda che ti fai. Finché la domanda è di chi è la colpa, resti fermo, perché la colpa sta quasi sempre altrove e sapere di chi è non ti restituisce nulla. La domanda che muove è un'altra: che cosa, in questa situazione, dipende ancora da me? Anche quando la risposta è piccolissima, è da lì che riparte il movimento.
Questo contenuto ha finalità divulgative e di crescita personale. Non costituisce diagnosi né terapia e non sostituisce il rapporto con un medico o uno psicoterapeuta. Se stai attraversando una sofferenza intensa, rivolgiti a un professionista della salute mentale.